Nel cuore della Calabria, in una zona montuosa che non è proprio una passeggiata da raggiungere con i mezzi tradizionali, c’è un piccolo borgo dove il tempo sembra essersi fermato… sì, più di 3mila anni fa. Tra le strette stradine e le vecchie case di pietra, si parla un antico dialetto grecanico, uno degli ultimi lembi della Magna Grecia ancora vivi in Italia. Meno di cinquanta abitanti sparsi, eppure il paese conserva gelosamente una cultura e una lingua che rifiutano l’oblio. Un particolare che, lo ammetto, sfugge a tanti, soprattutto a chi non ha familiarità con questa parte interna della regione.
Il silenzio domina la settimana intera, insomma. Ma la domenica c’è un fermento diverso, quando qualche visitatore dai paesi vicini arriva attirato proprio dalla calma e dall’unicità di questo luogo. L’unico bar, in piazza San Giovanni Battista, apre i battenti per offrire un caffè e qualche specialità locale. Un signore, conosciuto da tutti come “l’Artista”, spesso si può trovare là. Con la sua passione per l’architettura, guida chi capita a curiosare con racconti che parlano di origini, tradizioni e radici – insomma, li immerge nella storia del borgo.
Una lingua antica che sfida il tempo
Condofuri – il comune di cui fa parte il borgo – spicca soprattutto per il suo tesoro linguistico difficile da trovare altrove. Il greco calabro, o grecanico, è ancora vivo tra poche decine di persone: una lingua che rischia di sparire velocemente in Italia. Non è un semplice dialetto. No, conserva suoni, vocaboli e strutture che sembrano arrivare direttamente da antiche epoche, un’evidenza viva della Magna Grecia nella nostra penisola.

Il borgo sembra quasi sospeso nel tempo: molte case sono abbandonate, con galline e qualche animale libero di gironzolare nelle vie. Eppure, il luogo pulsa ancora di vita, per quei pochi residenti e anche per chi cerca un rifugio dalla frenesia quotidiana o un contatto con una cultura che sembra lontana anni luce. Visitatori e studiosi vedono nel greco calabro un patrimonio culturale davvero prezioso. Un valore che spesso è ignorato da chi vive nelle città della Calabria. Rarità, insomma, nel Mediterraneo, dove la lingua si lega indissolubilmente a tradizioni e gesti tramandati da generazioni.
Chi passa per il borgo nota subito come ogni parola in greco calabro sia un ponte verso un passato remoto, un filo invisibile ma ben saldo che lega memoria e esperienza reale. Questa connessione con l’antichità non si limita alla lingua: coinvolge usi, abitudini e riti sociali che resistono al tempo che passa.
Memorie e tracce di un passato profondo
Al centro del borgo, testimonianze architettoniche raccontano storie di millenni. Per esempio, un piccolo anfiteatro all’aperto legato a Bartolomeo I, realizzato seguendo i canoni dei teatri greci antichi. Da lì si domina un panorama che abbraccia i monti intorno e l’intero paese. In una nicchia, una lastra di ferro porta incisi versi in greco calabro: un’antica preghiera che invita a seguire il sole da levante a ponente, sottolineando così il legame vivo tra natura e vita.
Tra le pietre, non passa inosservata la Chiesa Ortodossa di Santa Maria in Grecia, costruita sui resti di una casa-grotta. Questo luogo di culto riflette la tradizione religiosa dei santi italo-greci, conservando rituali che sembrano fermi nel tempo, come il suono della campana esterna che rintocca tre volte a celebrare i santi e a benedire abitanti e visitatori. Le pietre del borgo parlano, e raccontano tutto questo.
Passeggiando tra le vie, tappa obbligata è il Museo Etnografico, con oggetti di vita quotidiana ora rari: un telaio per tessere la ginestra, strumenti musicali come zampogna e lira calabrese, utensili agricoli e anche armi d’epoca. Sono tracce materiali di un mondo contadino che sembra lontano ma che qui continua a segnare l’identità locale. Chi visita trova una connessione netta tra passato e presente, una continuità che restituisce memoria alla comunità.